Le pitteddhe sono uno dei dolci più riconoscibili della tradizione salentina, quelle piccole crostatine a forma di stella che riempiono le vetrine dei forni e delle pasticcerie nei periodi di festa. Nascono in un contesto contadino, da un impasto povero e intelligente, fatto con farina, olio extravergine d’oliva e profumo di limone, senza uova e spesso senza zucchero, perché la dolcezza era affidata quasi interamente alla mostarda d’uva o alle marmellate fatte in casa. Sono dolci che raccontano un tempo in cui nulla si sprecava e in cui anche i ritagli di pasta diventavano occasione per creare qualcosa di buono.
La loro forma è una delle caratteristiche più riconoscibili: piccoli cestini o stelle dai bordi pizzicati, modellati a mano con pazienza. Si parte da un disco di pasta, si mette al centro un cucchiaino di mostarda d’uva o di marmellata di fichi, cotognata o altre conserve dense, e poi si sollevano i bordi pizzicandoli in più punti, fino a creare una stella o un fiore che trattiene il ripieno. In altre varianti, la pasta viene chiusa a mezzaluna, come un piccolo panzerotto dolce. In ogni caso, la decorazione non è solo estetica: è parte dell’identità del dolce, un segno che lo distingue da qualsiasi altra crostatina.
Le pitteddhe erano spesso preparate in occasione delle feste, in particolare nel periodo natalizio, quando le famiglie si riunivano e si accendevano i forni per cuocere pane, biscotti e dolci da conservare. Una volta cotte e raffreddate, venivano riposte in scatole di latta o in contenitori di terracotta e duravano a lungo, pronte per essere offerte agli ospiti, servite a fine pasto o mangiate a colazione con un caffè o un bicchiere di latte. Erano dolci “di casa”, più che da pasticceria, legati al gesto delle mani che impastano e modellano, alla pazienza di chi pizzica i bordi uno per uno.
Oggi le pitteddhe sono presenti tutto l’anno, non solo a Natale. Si trovano nei forni, nelle pasticcerie e nei mercati, spesso con ripieni diversi rispetto al passato: oltre alla mostarda d’uva, compaiono marmellate di albicocca, ciliegia, fichi, a volte persino creme più moderne. Eppure, la loro essenza resta la stessa: un dolce semplice, friabile, profumato, che porta con sé il sapore dell’olio buono e della tradizione contadina. Ogni morso è un pezzo di Salento antico, un ricordo di cucine affollate, di teglie che entrano e escono dal forno, di bambini che aspettano che si raffreddino per assaggiarle.
Le pitteddhe non sono solo un dolce: sono un segno di continuità. In un territorio che ha visto cambiare tutto, dalla vita nei campi alle abitudini alimentari, loro sono rimaste lì, quasi uguali a se stesse, a ricordare che la vera ricchezza, spesso, sta nelle cose più semplici.