Pochi lo sanno, ma per quasi due secoli il Salento fu uno dei principali produttori di seta del Mezzogiorno d'Italia. Non era un'attività marginale né artigianale: era un'industria imposta per legge, organizzata su scala regionale, che coinvolgeva migliaia di famiglie contadine e generava ricchezze che finivano nei forzieri dei mercanti genovesi, veneziani e fiorentini. Oggi di questa storia non rimane quasi nulla — qualche gelso selvatico abbandonato lungo i muretti a secco, qualche voce nei documenti d'archivio — ma è una delle pagine più affascinanti e dimenticate della storia del Salento.
Il decreto dei gelsi: quando il re ordinò di piantare
Tutto inizia nel Quattrocento, quando gli Aragonesi, nuovi sovrani del Regno di Napoli, guardano con invidia la ricchezza che la seta portava alle città del centro-nord Italia — Lucca, Genova, Venezia, Firenze — e decidono di impiantare la sericoltura nel Mezzogiorno. Il meccanismo è semplice e brutale: per legge, ogni proprietario terriero del regno è obbligato a piantare un certo numero di gelsi per ogni unità di superficie coltivata. Il gelso bianco — la Morus alba — è la pianta di cui si nutrono i bachi da seta, e senza gelsi non c'è seta. I baroni del Salento, i monasteri, le università cittadine devono adeguarsi: nei decenni successivi, migliaia di gelsi vengono piantati nelle campagne salentine, trasformando il paesaggio agrario di un'intera regione.
I bachi nelle case contadine
L'allevamento del baco da seta — la Bombyx mori, il lepidottero le cui larve producono il prezioso filamento — era un lavoro minuzioso, delicato e totalizzante che si svolgeva principalmente nelle abitazioni contadine. In primavera, quando i gelsi mettevano le prime foglie, le uova dei bachi venivano schiuse con cura e le larve sistemate su ripiani di canne o di legno all'interno delle case. Per settimane, la famiglia intera si dedicava alla loro cura: le foglie di gelso dovevano essere raccolte ogni giorno, tritate finemente, distribuite ai bachi ad intervalli regolari. I bachi erano estremamente sensibili ai cambiamenti di temperatura, ai rumori forti, agli odori intensi — in molte case si smetteva di cucinare certi cibi, si abbassava la voce, si camminava in punta di piedi per non disturbare i preziosi ospiti. Poi arrivava il momento della filatura: i bozzoli venivano immersi in acqua bollente per ammorbidire la sericina che cementava le fibre, e le donne tiravano pazientemente il filo continuo — lungo fino a mille metri per bozzolo — che avvolto su rocche e arcolai diventava la materia prima della seta.
I mercanti stranieri e il commercio della seta grezza
La seta prodotta nel Salento non rimaneva in Salento. Arrivavano a comprarla i mercanti genovesi, che avevano agenti commerciali stabili nei principali centri della Terra d'Otranto, e i mercanti veneziani, che la caricavano sulle navi nel porto di Brindisi o di Otranto per portarla nelle manifatture del nord. La seta grezza salentina — di qualità discreta, non eccellente come quella calabrese o siciliana, ma abbondante e relativamente economica — veniva lavorata nei telai di Venezia, Genova e Lucca per produrre stoffe pregiate destinate alle corti d'Europa. Il Salento era, in questa filiera produttiva, il fornitore di materia prima: una posizione subordinata ma non irrilevante, che generava comunque reddito per i proprietari terrieri e occupazione per le donne delle famiglie contadine.
Il tramonto della seta salentina
La sericoltura salentina cominciò a declinare nel corso del Seicento per una combinazione di fattori: la concorrenza della seta orientale, più pregiata e meno costosa grazie alle nuove rotte commerciali; le crisi agricole che colpirono il Mezzogiorno; il cambiamento delle politiche fiscali del regno. Nel Settecento l'attività era ormai marginale, e nell'Ottocento scomparve quasi del tutto. I gelsi che erano stati piantati per legge rimasero nelle campagne per decenni, producendo frutti che nessuno più utilizzava per la seta — ma che i bambini mangiavano avidamente d'estate, le more dolci e violacee che macchiavano le dita e le labbra di porpora. Molti di quei gelsi resistettero per generazioni, selvaggiati nel tempo, dimenticati lungo i confini dei campi, testimoni silenziosi di un'industria che aveva cambiato per due secoli il volto del Salento e di cui oggi non rimane quasi memoria.
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