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La malaria che ha spostato i paesi: come una febbre ha disegnato il Salento

Marco15 ottobre 2026

Oggi il Salento ionico è una delle mete balneari più desiderate d'Italia: lunghe spiagge di sabbia fine, acque turchesi, resort e stabilimenti aperti da giugno a settembre. Eppure per secoli — fino agli anni Trenta del Novecento — quella stessa costa era una delle zone più temute e pericolose del Mezzogiorno. Non per i pirati, non per le incursioni turche, ma per qualcosa di invisibile e implacabile: la malaria. La zanzara Anopheles e il parassita che trasportava hanno modellato la geografia, l'urbanistica e persino la mentalità del Salento molto più di quanto si ricordi.

Perché la costa ionica era mortale

La morfologia del litorale ionico salentino — con le sue zone umide costiere, i canali di drenaggio naturale, le paludi che si formavano dove il terreno basso incontrava il mare — creava l'habitat ideale per la riproduzione delle zanzare anofele. Le aree di stagni salmastri, le paludi retrodunali che si stendevano dietro le spiagge, i corsi d'acqua che ristagnano prima di raggiungere il mare: tutto questo era un incubatoio perfetto per il Plasmodium, il parassita della malaria. D'estate, quando il caldo intensificava la riproduzione delle zanzare, le pianure costiere si svuotavano. Chi poteva si rifugiava all'interno. Chi era costretto a restare — i pescatori, i contadini che lavoravano i campi vicini alla costa — si ammalava con regolarità devastante. La febbre quartana e la febbre terzana — i cicli febbrili caratteristici della malaria — erano così comuni nel vocabolario popolare salentino che avevano nomi dialettali propri.

I paesi costruiti lontano dal mare

La malaria ha letteralmente costruito la geografia urbana del Salento. Guardando una cartina, colpisce immediatamente come la maggior parte dei centri abitati del Salento ionico siano distanti dalla costa: Nardò a 10 km dal mare, Gallipoli costruita su un'isola ma con il paese vecchio chiuso su se stesso, Ugento a 8 km dalla costa, Taviano e Racale nell'entroterra. Questa non è una coincidenza: è una scelta di sopravvivenza. Le popolazioni medievali e moderne impararono a riconoscere il legame tra le aree basse e umide vicino al mare e la "mala aria" — letteralmente l'aria cattiva che si credeva emanasse dai terreni paludosi e causasse la malattia. Il termine malaria stesso viene da questo: mala aria. I paesi si costruivano in collina o nell'entroterra anche dove il rilievo era minimo, pur di guadagnare qualche metro di distanza dalle zone a rischio.

La grande bonifica e la liberazione dalla paura

La svolta arrivò negli anni Trenta del Novecento, quando fu avviato un vasto programma statale di bonifica integrale delle aree paludose costiere del Mezzogiorno. Nel Salento ionico furono scavati canali di drenaggio, prosciugate le zone umide retrodunali, regolarizzati i corsi d'acqua. La bonifica della Terra d'Arneo — la vasta area costiera ionica tra Nardò e Manduria — fu uno dei progetti più ambiziosi, con la costruzione di nuovi insediamenti rurali, strade, masserie e infine la distribuzione delle terre ai contadini. Poi arrivò il DDT, usato massicciamente nel dopoguerra per sterminare le zanzare anofele: efficace, rapido, drammaticamente impattante sull'ecosistema, ma risolutivo per la malaria. Nell'arco di un decennio, una malattia che aveva condizionato la vita di milioni di persone per millenni fu praticamente eliminata. Le coste ioniche salentine diventarono sicure, e la colonizzazione turistica del litorale che conosciamo oggi fu possibile solo grazie a questa liberazione.

Un patrimonio naturale perduto

C'è però un rovescio della medaglia che gli storici ambientali sottolineano: le zone umide costiere ioniche che la bonifica ha prosciugato erano ecosistemi di straordinaria ricchezza biologica. Le paludi retrodunali, i laghi salmastri, i canneti ospitavano migliaia di specie di uccelli acquatici, anfibi, pesci d'acqua dolce e salmastra, piante rare. Alcune di queste zone umide sono state parzialmente recuperate come aree protette — la Palude del Capitano vicino a Nardò, il lago Fontanelle a Ugento — ma sono frammenti di un paesaggio costiero che esisteva da millenni e che è stato cancellato in pochi decenni. La malaria ha dunque lasciato nel Salento un doppio segno: quello delle paure ancestrali che hanno plasmato l'urbanistica del territorio, e quello di un ecosistema perduto di cui vediamo oggi solo le cicatrici.

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